LE RADICI DEL MIRTO

Prologo

 

 

Genova nel trentacinque…

 

 

L’odore di pesce fresco e di frittura s’infilava da Sottoripa nel vicolo.

Jean Ferrera si fermò sul portone. Era mezzogiorno e un po’ di luce scendeva di sbieco sull’edicola di marmo all’angolo. Più in alto pezzi di turchino sbucavano tra i muri scuri delle case ancora in ombra.

In strada qualche figura dal profilo elegante, uscita con cappello e bastone dal Palazzo della Borsa Merci, si dirigeva verso il bordello di via San Luca, il Mary Noir che stava riaprendo il portone, per l’orario di metà giornata.

L’urlo di un ragazzo e voci dure di uomini giunsero dal budello di vicolo a fianco del palazzo dal quale l’uomo era appena uscito. Svoltò e vide una figura magra contro il cancello in ferro.

L’avevano immobilizzato e gli stavano addosso.

Ancora loro, quelli delle squadre nere. Jean conosceva quel giovane. Lavorava in porto e non nascondeva le idee che erano state anche del padre, nel Ventuno, capo a Sestri di un comitato di difesa antifascista. Si era cacciato nei guai, quel ragazzo. Le urla scuotevano la calma del mezzogiorno segnato dalle campane di Banchi e della Cattedrale. Nessuno dei passanti pareva accorgersi di quanto stesse accadendo.

Uno dei due sferrò un pugno all’altezza dell’occhio e l’altro gli torse un braccio. Un rivolo di sangue colò da sotto il naso e lungo il collo. Jean udì lo scricchiolio delle ossa del braccio girato a forza dietro la schiena. Il ragazzo si lasciò cadere a terra, curvo e in ginocchio. I due, mollata la presa, lo stavano massacrando di pugni alla testa. Quando fu disteso lo presero a calci. Chiazze rosse lordavano la camicia e i calzoni. Videro Jean: si fermarono urlando di sbrigarsi ad andarsene. Avevano braccia muscolose e corpi massicci. Ebbe un tremito alle gambe. Il vicolo non era largo più di due metri e fu costretto a sfiorare con il soprabito le loro camicie: sentì puzzo di sudore. Incrociò lo sguardo spaventato del ragazzo, ma dovette proseguire oltre.

 

Arrivò al porto, entrò nel magazzino e quando la vista si abituò all’oscurità, vide che le casse delle merci erano state messe una sopra l’altra con le targhe incollate di traverso. A lato, nell’angolo, c’erano i sacchi di caffè. Respirò l’odore solito, una mescolanza di sentori e profumi esotici, iuta e segatura sparsa sul pavimento. Uscì e richiuse la porta: il pensiero di quel ragazzo spaventato era ancora lì mentre la sirena di una nave in arrivo allungava al cielo il suo verso stridulo di gabbiano ferito.

Lasciò la Darsena e ritornò in Sottoripa.

Tra i portici trovò il movimento lento e fiacco dell’ora di pranzo.

Tra i commercianti, marinai e graduati. Due armatori che conosceva stavano per ritornare ai loro uffici in piazza de Marini. Nelle pescherie era rimasta poca merce dopo la vendita del mattino. Jean non aveva più appetito né sete dopo quanto aveva visto e sentito un’ora prima nel vicolo.

Gettò un’occhiata dentro la friggitoria e vide gli impiegati del suo ufficio, fargli un cenno di saluto con la mano davanti a due scodelle fumanti di minestrone e a due bicchieri di vino. Una certa irrequietezza lo spinse a vagare su per via san Luca verso Fossatello.

Un commerciante, grosso in vari sensi, che conosceva di vista, stava uscendo dalla profumeria con un pacchetto in mano. Si guardava intorno con fare circospetto come se avesse appena compiuto un colpo in banca o in una gioielleria. Teneva il cappello in mano. Dopo alcuni istanti di esitazione, prese la via dietro di lui.

Jean avvertì il bisogno di gente a lui familiare ed entrò da Mariscotti.

Certi professori dell’Università, compagni di un tempo, a quell’ora scendevano da Balbi nel locale riscaldato e luccicante di specchi che era il loro ritrovo.

Sopra il bancone in stile liberty, il registratore di cassa tintinnava come un carillon. A fianco la macchina a vapore, la prima in città a inaugurare il caffè espresso, sbuffava dal bronzo della colonna.

L’antico locale aveva un’aria raffinata, intimo quel tanto da far sentire quasi a casa. Gettò uno sguardo alla specchiera e vide entrare gli amici professori, colleghi di un tempo.

Lo salutarono, tolsero i soprabiti e sedettero al tavolino.

- È tanto che non ci si vede - disse Gigi Fasce - In Facoltà ti nominiamo spesso. Hai preso la via dell’utile. Il guadagno da noi non paga la fatica, non è così?

Gli amici si voltarono a guardare con aria di rimprovero chi aveva parlato. Jean pensò che l’ex collega avrebbe potuto evitare di rivolgersi a lui in modo così diretto. Non aggiunse parola e distolse lo sguardo per non mostrare il suo animo inquieto.

- Da quando il mamsèr, il bastardo, per dirla con quel brav’uomo che faceva libri a Genova* - aggiunse chi aveva parlato prima - da quando, dicevo, ci ha messi al bivio, ne sono cambiate di cose tra di noi. Parole, silenzi e fatti gravi che sono seguiti. Quelli hanno avuto la forza, hanno potuto. Coerenza e coraggio. Bisogna riconoscere le cose come stanno e capire anche gli altri. Per noi c’era l’angoscia di dover decidere contro noi stessi.

- Non parlare per altri - disse Jean - Tu al bivio non c’eri. Non avevi la cattedra. Prestare giuramento al fascismo o non prestarlo non significava quello che ha significato per loro.

- Tutti siamo stati coinvolti - fu la risposta - Tu non eri lì, non puoi sapere.

I toni si erano fatti aspri. Seguì un silenzio sconveniente che durò qualche minuto.

Jean pensò a quei dodici che, per via del mancato giuramento, erano stati costretti a lasciare la cattedra e lo stipendio. Lui non c’era, ma per motivi che con la politica non avevano niente a che fare.

Tornò a guardare gli amici, alcuni tenevano in mano la tazzina di caffè, altri sorseggiavano un liquore.

Li conosceva uno a uno e poteva indovinare i loro pensieri. Sapeva la ragione di chi aveva parlato di angoscia della decisione: aveva detto il vero, ma lui non ne ammetteva il tono di rimprovero. Anche la Chiesa, all’epoca, si era pronunciata per sollevare dal senso di colpa le coscienze, e anche personalità politiche che con il fascismo non avevano avuto nulla da spartire. Per chi avesse giurato sarebbe valsa l’obiezione da tenere nel segreto del cuore.

Fu tentato di assolverli anche lui dentro di sé, ma poi gli vennero in mente tutte le discussioni fatte anni addietro sui sacri principi e l’incoerenza dei fatti; si innervosì ancora senza però darlo a vedere.

- Penso ai giovani - disse - quello che è peggio è il plagio di massa che il regime sta conducendo da anni con preordinato calcolo, cinismo e insistenza. Lavaggio del cervello, stupro intellettuale, quasi peggio di quello fisico.

Gli aveva sempre fatto orrore l’assimilazione all’ideologia dell’altrui pensiero, l’azzeramento dell’originalità personale, l’omologazione.

E in quella gigantesca operazione erano coinvolte anche le bambine e sua moglie, con il suo deliberato consenso. Ma averle lasciate esposte a quella violenza del regime, quello, l’aveva programmato lui stesso per il loro bene. Più tardi, avanti negli anni, le avrebbe lasciate libere di capire e, all’occorrenza, avrebbe fornito loro anche gli strumenti per farlo.

Non era ancora il momento.

- Mai e poi mai prenderò la tessera- si sorprese ad aggiungere ad alta voce.

- Lavori in proprio - osservò qualcuno - non fai parte dell’apparato amministrativo pubblico, sei privato cittadino, ti sono facili e possibili certe scelte. Almeno per ora, mi pare.

Jean abbassò lo sguardo senza aggiungere parola e l’argomento fu lasciato cadere. Intorno al tavolo bevevano tranquilli dalle loro tazzine e dai loro bicchieri.

Entrò Bertocchi, l’ingegnere dell’Ansaldo suo amico, con quell’aria solita, spavalda, allegra e risoluta.

- Il mio buongiorno a voi, illustri professori.

- Come stai?- gli si rivolse - Scommetto che non hai mangiato, vedo che non bevi. Vuoi almeno fumare?

A risposta affermativa gli porse una sigaretta, gliela accese e poi  mostrò il giornale alla pagina sportiva. Era imminente il debutto delle squadre cittadine. Risero, si scambiarono battute e Jean riuscì a dissolvere l’oppressione dei pensieri che dal mezzogiorno, quando si era trovato vicino a quei due nel vicolo di san Raffaele, non l’aveva più lasciato.

Doveva rientrare in ufficio e Bertocchi si offrì di accompagnarlo.

- Ti conosco bene, meglio di loro. Sbaglio o quando sono entrato avevi i nervi tesi? Di cosa stavate parlando?

- Di politica. Quello che è successo nel Trentuno e le conseguenze che ha avuto. Chi

ha sofferto di più nella decisione stava zitto e un altro faceva paragoni su chi c’era a decidere e chi no. M’è parso che azzardasse un giudizio sommario sulla mia persona.

- Lasciali stare! Sono abituati a perder tempo in discorsi. Dovresti saperlo. È il loro lavoro.“Prendere la tessera o non prenderla”. Questione di poco peso. Si deve lavorare? Tirar su famiglia? È questo il governo dell’Italia in questi anni. Occorre solo una cosa: fare in fretta, adeguarsi.

- Conosco bene il tuo pragmatismo - rispose Jean - I massimi sistemi, le gerarchie etiche. A mare! Sei sempre stato insofferente, ma ora c’è in ballo un principio sacrosanto: la libertà del pensiero e il suo opposto, la prevaricazione. Ragioni della realtà, le tue; ragioni dell’ideale, le mie. Ma te lo sei mai chiesto, Bertocchi? Così diversi e così amici da tanto tempo. C’era la Grande Guerra allora. Eravamo al primo artiglieria Fortezza. E prima ancora al Collegio militare.

- Sono tante le ragioni di un’amicizia - concluse Bertocchi.

 

Si avviarono. All’ingresso del Mary Noir videro Presidente e vice Presidente della Società con sede nel palazzo in cui Jean aveva l’ufficio. Conoscevano entrambi da lunga data.

Li salutarono.

- Hai visto che belle facce avevano?- disse Bertocchi quando si furono allontanati - Tranquilli e contenti dopo essere stati pasciuti dal femmineo carnale!

- Ma come parli?- gli fece eco Jean tra il divertito e il sorpreso.

- Chi si dedica all’incontro con quelle belle signore soddisfa l’eros e sottomette, o meglio, ignora l’istinto di dominio e di prevaricazione.

- Mi sorprendi, Bertocchi. Sbaglio o una volta ti intendevi solo di tubi? Scopro ora che sai anche di maschie voglie, di belle donne e dei misteri della mente umana.

Gli diede una pacca sulla spalla.

Sotto la falda del borsalino gli si aprì, per la prima volta da quando si era alzato da letto quel giorno, uno di quei sorrisi che - come diceva sempre sua moglie - lo facevano assomigliare a un giovane attore di fama.

Si chiamava Laurence Olivier, l’attore, ed era inglese.

 

 

 

 

Continua...

 

 

 

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Comincia così...

 

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CORRADI

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